La truffa dei migranti

di , 27 Marzo 2017 01:38

Le bugie dei media sul soccorso dei migranti. Eccone alcune.

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Ed ecco la risposta di Francesco Verderami del Corriere della sera a Donadel che accusa il Corriere (e la stampa in genere) di commettere un grossolano errore indicando come Canale di Sicilia le acque antistanti la Libia.  Verderami è convinto di confutare l’accusa, ma in realtà conferma esattamente quanto detto da Donadel. Ovvero, come dicono al nord, quando la toppa è peggio del buco. Lo stesso uso strumentale e subdolo del termine “Canale di Sicilia” ed altre truffe mediatiche viene denunciato da almeno un decennio anche sul blog Torre di Babele  (Vedi questo post di due anni fa, aprile 2015 “Canale di Sicilia” in cui viene riportato anche un precedente post del 2008).

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Bernabei e la TV

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di , 17 Agosto 2016 23:33

Ho visto il diavolo dentro la TV. Un mezzo potente. Troppa improvvisazione“. Intervista rilasciata da Ettore Bernabei a Gian Antonio Stella per il Corriere della sera nel 1998.

Che ci abbia messo lo zampino il Demonio?
«Il Demonio è una cosa seria. Non va tirato in ballo così… Ma certo mai come di questi tempi ha trovato tanta legna da ardere».

Ce l’ha messo o no, lo zampino?
«E certo che ce l’ha messo! Perché, gli uomini si sono distratti. Fanno fare la tivù a chiunque! Qui c’è da fare una riflessione. Non si può andare avanti con un mezzo così potente usato in modo così dissennato».

Ettore Bernabei si alza e s’infuoca e arrota le più dure delle consonanti toscane e si sbraccia e accusa. E spiega perché, proprio lui, che fu il potentissimo Dominus della Rai dal 1960 al 1974 e oggi presiede quella «Lux» che in questi anni ha prodotto un sacco di film di grande successo tratti dalla Bibbia (dalla Genesi a Abramo, Giacobbe, Mosé, Giuseppe…) e venduti a 62 tivù di tutto il mondo («anche nei paesi islamici sulle prime diffidenti») ha voluto promuovere per fine settembre un convegno ricco di ospiti di spicco dal titolo inusuale: «Dio è morto in televisione?».

Lo è?
«Per un credente Dio non muore mai. Ovvio. E men che meno abbiamo la presunzione di tenerlo in vita noi in tivù coi nostri film. Come Geremia, il prossimo, quindicesimo della serie. Ma certo mai come in questa epoca si è perso il senso del mistero, del sacro, dell’essere supremo. Di quello che Aristotele chiamava il Primo Motore Immobile».

Vorrebbe programmi «religiosamente corretti»?
«Ecco. È chiedere troppo? Non programmi religiosi, perché, anch’io che fo film sulla Bibbia mica dico che vanno trasmessi solo film sulla Bibbia. Si figuri! Ma rispettosi di chi non crede e di chi crede sì. Noi ci proviamo, a far cose corrette sotto il profilo delle Scritture ma godibili anche per chi non crede. È possibile. L’audience ci dà ragione. Io raccomando sempre ai registi: usate la tecnica della telenovela».

Telenovelas bibliche?
«Parlo della tecnica. Popolare. Il messaggio è un’altra cosa. Piace? Bene. Non piace? Amen. Ma è rispettoso di tutti. Mica puoi far passare l’idea di Beautiful che si può cambiar moglie ogni settimana! Hai voglia che a uno gli vengono le frustrazioni! Quello cambia moglie ogni settimana e io mi tengo la mia 40 anni! Ma che messaggio è? Per quanto, parliamoci chiaro, la tivù è atea anche quando trasmette una bella telecronaca da San Pietro con la messa del Papa».

In che senso?
«Nel senso che il Papa che dice Orate frates, sotto certi aspetti, è esattamente la stessa cosa del calciatore che dribbla tutti e mette la palla dentro: gol! La stessa cosa».

Per capirci: la tivù banalizza tutto.
«Tutto. Perché, ha la pretesa di aderire alla realtà. E invece mica è così. Quella è tutta roba virtuale. Uno dice: più realtà della partita di calcio! No: quello non è il calcio. È un’altra cosa. Ecco il nodo: la tivù è un mezzo di per sé, pericoloso perché, spaccia il virtuale per realtà. Veda, la tivù è etimologicamente atea. Non è contro Dio ma..».

È indifferente.
«Esatto. Il che è peggio ancora».

Parla di oggi o in generale, anche dei tempi in cui lei metteva i mutandoni alle Kessler?
«Ma io non ho mai messo i mutadoni alle Kessler! Con me le Kessler (che gambe! che gambe!) facevano vedere tutta la coscia. Con la calzamaglia, ma tutta la coscia».

Vuol dire che lei non censurò mai nulla?
«Dario Fo».

Complimenti: un premio Nobel…
«E chi se l’immaginava che arrivava al Nobel? Comunque non me ne sono mai pentito».

Possibile?
«Senta: io forse non sono uno di quelli che nella retorica fascista gettano il cuore oltre l’ostacolo. Ma la svolta alla Rai la diedi io. Quando arrivai, alla fine del 1960, al potere c’erano vecchi gerarchi come Piccone Stella, che era stato direttore dell’informazione sotto il fascismo, i tedeschi, Badoglio, il governo alleato, Parri, De Gasperi ed era ancora direttore del telegiornale e del giornale radio. E io per prima, cosa feci? Chiamai a dirigere il tiggì Enzo Biagi, che era stato licenziato da Mondadori perché, si era permesso di attaccare Tambroni»

Tornando a Fo…
«La satira politica alla Rai entrò con me. Contro i dorotei, che non la volevano. Ma lei deve capire i tempi. Si camminava sulla lama del rasoio. E le assicuro che quello sketch non faceva ridere. C’erano stati degli scontri di piazza durissimi tra gli edili e la polizia. Erano giorni di tensione…».

Alta?
«Altissima. E Fo faceva una scenetta con un imprenditore edile che, mentre gli davano la notizia che un muratore era caduto da un’impalcatura ed era morto, pensava solo a un enorme brillante che regalava all’amichetta. Non faceva ridere per niente. Ed era, in quel momento, incandescente. Gli chiedemmo di cambiarla, lui si impuntò: me ne vado. Gli dissi: vai».

Fatto sta che anche la censura a Lucio Battisti per «Dio mio no» fu fatta sotto di lei.
«Sinceramente non lo ricordo. Mi ricordo quella a Dalla per 4 marzo 1943».

La strofa «E ancora adesso Che rubo, bestemmio e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino»?
«Gliela feci cambiare io, sì. Gli feci togliere “bestemmio” e altre cose. Era un’allegoria in cui un marinaio di passaggio era paragonato a San Giuseppe e la prostituta del porto alla Madonna. Capirà… Per la sensibilità dei cattolici…».

Insomma, lei sostiene che allora c’era attenzione e oggi no.
«Non dico che prima c’era la tivù buona e oggi la cattiva. No. È che la tivù ha preso questa posizione atea in linea col messaggio pubblicitario. Lo spettatore è un consumatore cui dare ciò che si decide debba consumare. Senza rispetto per chi ha un’idea creazionista della vita. Metà dell’umanità crede che il mondo sia stato creato, che lo chiami Dio o Allah o Jhavè, da questo Primo Motore Immobile. E a ciò rapporta la sua vita. Bene: la televisione è il primo mezzo di comunicazione, da tre o quattromila anni in qua, che prescinde da Dio. Sia nelle cose più profonde che in quelle più appariscenti e offensive ».

Vuol dire che tutte quelle tette e quei sederi in tivù…
«… danno molto fastidio a un credente. Molto. Pensi alla pubblicità di qualche aperitivo. Ma non è solo la pubblicità. È l’insieme. La violenza… Legga qui, Popper: “Il fatto che la gente si abitui a vedere violenza, che essa diventi il suo pane quotidiano distrugge la civiltà”. In televisione c’è troppa violenza. Troppo sesso e troppa violenza. Ha ragione Popper: la civiltà è messa in pericolo dalla televisione ».

A cosa pensa?
«Penso a certi programmi, per esempio, dove s’entra in tutti i modi dentro ai rapporti di coppia. In dieci minuti di zapping ne vedi di tutti i colori. Dai Sumeri in qua lo so anch’io che la gente s’è sempre accoppiata anche in modo strano, via! E la letteratura e il cinema avevano già indagato su certi rapporti adulterini o incestuosi».

C’erano dei limiti.
«Ecco. Rimanevano dei misteri. Come restava il mistero della morte. Un bambino diventava adulto vedendo morire i nonni o magari assistendo a una disgrazia o a un accoltellamento, fo per dire. Ma erano eccezioni. Oggi un bambino vede dodici casi di violenza e tre morti al giorno. In ogni particolare: la sventagliata di mitra che tira fuori le budella. Che idea vuole che si faccia della fine della vita?».

Sta dicendo che la tivu è una cosa troppo seria perché, se ne occupino gli atei?
«Non dico gli atei: dico chi non tiene conto del fatto che almeno una metà della nostra popolazione è credente. Ripeto: i nostri film noi li facciamo tenendo presente i “non credenti”. Altri dovrebbero tener presente i credenti. Mica possono far finta che non esista metà dell’umanità. Giusto? Che discorsi sono? E poi, l’approssimazione! Uno per diventar chirurgo fa le elementari, le medie, il liceo, l’università, la specializzazione e poi sta due anni a passare il bisturi al primario finché, un giorno… E in tv?».

Continui: in tivù?
«Dico: un qualunque analfabeta bellino e simpatico che c’ha lo scilinguagnolo va lì e parla di tutto! Di tutto! Come è possibile? Ma fatelo almeno studiare! Fategli degli esami! Una cosa così delicata per la società, come dice Popper, la lasci in mano a questi qui? Fanno i presentatori, vanno lì e parlano di tutto, dalla neurochirurgia al volo spaziale. Ma siamo matti?».

(Corriere.it 16 agosto 2016)

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Giornata del ricordo

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di , 10 Febbraio 2016 12:48

Memorandum per i terzomondisti nostrani dalla memoria corta; quelli che oggi vogliono aprire le porte a tutti gli immigrati e disperati del mondo, ma una volta non erano così ben disposti. Anche i profughi non sono tutti uguali; ci sono i profughi di prima scelta, quelli di seconda scelta e quelli di scarto.

Foibe, stragi, esodo.

Nel 2005 moriva Aldo Bricco, l’ultimo superstite della strage di Porzus. E pensare che doveva morire sessant’anni prima, nel 1945. Così almeno avevano deciso i suoi assassini. Bricco mi aveva confidato questa storia all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando lo incontrai a Pinerolo, dove abitava.

Per inquadrare storicamente la vicenda bisogna immaginare cosa era il Friuli-Venezia Giulia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I tedeschi, reagendo alla defezione italiana, avevano costituito due regioni “speciali” al confine fra il Reich e la Repubblica sociale. Una, il “Territorio prealpino”, comprendeva le attuali province di Bolzano, Trento e Belluno, mentre l’altra era denominata “Litorale adriatico” e comprendeva le attuali province di Udine, Pordenone, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume e Pola, compreso il golfo del Quarnaro con le isole di Cherso, Veglia e Lussino. Il “Litorale adriatico” era una zona di incontro fra varie etnie (italiani, friulani, tedeschi, sloveni, croati e addirittura 22.000 cosacchi antibolscevichi alleati dei tedeschi e trapiantati in Carnia), ma era anche una zona di scontro fra tendenze politiche diverse, addirittura opposte. Mentre la Repubblica sociale italiana tendeva a mantenere il possesso di quelle terre, i tedeschi operavano per l’annessione al Reich e il terzo protagonista, il movimento partigiano comunista, mirava all’annessione di quelle terre alla Iugoslavia con metodi semplici nella loro crudeltà: occupazione del territorio (le città di Trieste e Gorizia ne sanno qualcosa) ed eliminazione fisica dell’avversario mediante pulizia etnico-ideologica. Tristemente note sono diventate le “foibe“, cavità del terreno carsico in cui furono gettati, per lo più ancora vivi, 22.000 italiani. Tanto per fare un esempio, la sola foiba di Basovizza contiene 2.500 vittime, pari a 500 metri cubi di cadaveri, un ammasso di 34 metri di salme, una sopra l’altra.

Innumerevoli le stragi, come quella di Cave del Predil, dove il 23 marzo 1944 ventidue carabinieri furono catturati dai partigiani comunisti, avvelenati, torturati e tagliati a pezzi. La strage delle malghe di Porzus è forse la più nota, tant’è vero che ha ispirato anche un film. Ma non tutti i partigiani combattevano per l’annessione di quelle terre alla Iugoslavia; al contrario, alcune formazioni, quelle in cui militava Bricco, erano di ispirazione filomonarchica e si battevano per l’italianità di quelle zone. Erano le brigate “Osoppo”, caratterizzate dai fazzoletti verdi al collo, un colore che rammentava la provenienza alpina di tanti di quei combattenti. Di idee opposte erano quelli col fazzoletto rosso, di fede comunista: erano le brigate “Garibaldi” che, pur costituite da italiani, erano inquadrate nel IX corpus dell’armata iugoslava e avevano per obiettivo l’annessione alla Iugoslavia di tutte le terre friulane “fino al sacro confine del Tagliamento”, come sostenevano con una bizzarra interpretazione della storia e della geografia. Due razze opposte di partigiani, dunque: gli “osovani” e i “garibaldini”. Fazzoletti verdi e fazzoletti rossi. Gli uni erano più alpini che partigiani, gli altri erano più comunisti che italiani e fra loro non poteva esserci intesa, a parte il comune nemico nazifascista. Fu così che i garibaldini decisero di ricorrere al loro metodo preferito, quello dell’eliminazione fisica dell’avversario, e decisero di sterminare la leadership osovana.

Racconta Bricco: “Ci dissero che dovevamo trovare un compromesso fra le nostre idee diverse e ci proposero un incontro per discutere del futuro assetto del Friuli-Venezia Giulia. All’incontro, da tenere alle malghe di Porzus, dovevano partecipare tutti i comandanti partigiani dell’una e dell’altra parte, ma senza armi, precisarono. Noi accettammo, in buona fede, senza sospettare nulla. Era il mese di febbraio del 1945; noi eravamo in 23, arrivammo per primi e prendemmo posto all’interno delle malghe. Dopo un paio d’ore arrivarono anche i comunisti, ma la discussione non ci fu; il loro capo puntò l’indice contro il nostro comandante e gridò “Tu sei un traditore!”, poi estrasse il mitra da sotto il cappotto e gridò “A morte i traditori!”. Quello era il segnale. Tutti i rossi misero mano alle armi e fecero fuoco. Era un inferno, una strage, e noi non potevamo neanche reagire…” .

Continua Bricco: “Io e un altro, i più vicini ad una finestra, ci gettammo fuori. L’altro fu subito raggiunto da una raffica e rimase esanime. Anch’io fui colpito da una pallottola, caddi, ma mi rialzai e feci l’unica cosa che potevo fare: correre. I rossi continuavano a spararmi e a colpirmi; sentii una pallottola che mi perforava un braccio, poi un’altra che mi attraversava una spalla, poi ancora una che mi entrava in una gamba, ma io continuavo a correre, cercavo di essere più veloce delle pallottole, sentivo che altre pallottole mi trapassavano gambe, braccia e schiena, mi attraversavano come fa una lama nel burro, ma io continuavo a correre, mi buttai giù per un canalone, mi salvai solo io”.

“Che fine hanno fatto gli assassini? Sono stati assicurati alla giustizia?” chiesi. “Macchè – rispose -, l’hanno fatta franca tutti quanti. Chi ha usufruito dell’amnistia di Togliatti subito dopo la guerra, chi si è rifugiato in Iugoslavia protetto dal governo di Belgrado, chi è stato condannato all’ergastolo o a 30 anni di galera ma è stato aiutato dal partito comunista italiano a fuggire in Cecoslovacchia o in Unione sovietica e poi è stato graziato dall’amnistia di Pertini nel 1978. Alcuni hanno ricevuto medaglie al valor militare e altri continuano a percepire pensioni dallo stato italiano…”.

E poi ci fu la tragedia dell’esodo. I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso.

Ma – fatto ignoto ai più – oltre all’esodo ci fu anche il controesodo: lo organizzarono i comunisti italiani verso la Jugoslavia per consentire a molte famiglie di riempire il vuoto lasciato dai cittadini giuliano-dalmati e perché potessero usufruire dei piaceri del paradiso comunista; un altro motivo fu quello di mettere in salvo tanti compagni che si erano macchiati di delitti durante e dopo la resistenza e che in Italia avevano problemi con la giustizia.

Ma venne il 1948, con la rottura fra Tito e Stalin. Il dramma della lacerazione ideologica dei comunisti italiani, soprattutto triestini, combattuti fra la fedeltà a Mosca e quella a Belgrado era nulla in confronto al calvario fisico e psichico che dovettero patire decine di migliaia di dissidenti rimasti fedeli al Cominform e al Cremlino e che caddero fra le grinfie dei titini. Questi comunisti fedeli a Mosca furono circa 32.000 e vennero rinchiusi nell’isola-lager di Goli Otok, l’Isola Calva nell’arcipelago della Dalmazia settentrionale. Circa 4.000 detenuti morirono di stenti, di malattia, di torture, di lavori forzati e di percosse su quell’isola, dove finirono anche parecchi comunisti italiani, soprattutto da Monfalcone, i cosiddetti “cantierini” (circa 350) che si recarono fiduciosi oltre confine per “costruire il socialismo”. I più fortunati vi giungevano già cadaveri ma chi aveva la sventura di arrivarvi vivo, a bordo di stipatissime imbarcazioni maleodoranti, riceveva il primo benvenuto da parte di altri detenuti, già ospiti della brulla isola-lager, che armati di randelli si precipitavano urlanti nelle stive e massacravano di legnate i prigionieri prima ancora che scendessero. Poi i nuovi arrivati (o perlomeno i sopravvissuti) venivano fatti scendere in fila indiana, scalzi sulle rocce taglienti come coltelli e sotto il sole, e avviati verso il lager fra due ali di altri detenuti che continuavano a urlare e a randellarli a sangue.

I pochi detenuti che alla fine riuscirono a sopravvivere e a ripararsi in Unione Sovietica o in Italia, scoprirono che a Mosca era impossibile pubblicare un articolo sugli orrori di Goli Otok. Sì, sarebbe stato un ottimo strumento propagandistico contro Tito, ma la cosa, di riflesso, avrebbe messo sotto accusa anche i gulag sovietici, fenomeno di ben più grande portata rispetto alla modesta Isola Calva, che al loro confronto era una località di villeggiatura.

Anche in Italia i sopravvissuti dei lager di Tito scoprirono di essere solo dei cadaveri ambulanti condannati all’oblio: per ragioni politiche non se ne poteva parlare. Non esisteva ancora una “Giornata del ricordo”, neanche per loro. (Giovanni Marizza – L’Occidentale 10 febbraio 2009)

Vedi alcuni post sulla Giornata del ricordo, foibe, esodo e treno della vergogna.

 

Coppie moderne

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di , 7 Febbraio 2016 12:17

Sposati: lui era una lei e lei era un lui. Coppie moderne: i nuovi mostri.

Alessia e Davide si sono giurati amore eterno. La coppia formata da lui diventato lei e da lei diventata lui ha suggellato la loro unione in una stanza del Comune di Orbetello (Grosseto), 06 febbraio 2016. Alessia, 24 anni, fino a qualche tempo fa si chiamava Alessio e Davide, 19 anni, era Valentina. Il fatidico sì lo hanno detto di fronte ad un consigliere comunale dell’amministrazione lagunare, di fronte a parenti e amici.

Il viaggio – Tra qualche giorno la nuova coppia ha già annunciato di voler partire per l’Ucraina, dove è consentito avere figli attraverso la pratica dell’utero in affitto. I due hanno già preso accordi con una clinica di Kiev e avranno un bambino per 30mila euro, regalo di nozze del padre di Davide (ex Valentina). Prima di cominciare il percorso che lo ha portato a diventare donna, Alessio aveva infatti congelato il suo seme con la speranza un giorno di avere un bambino. ( Libero.it)

 

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Sgarbi, le unioni civili e l’art. 21

di , 23 Gennaio 2016 21:00

Insulti e minacce di morte a Vittorio Sgarbi, per un messaggio su facebook in merito alle “Unioni civili“. Curiosa la libertà di espressione in Italia; è garantita dall’art. 21 della Costituzione, ma è valida solo se sei di sinistra. Se sei in linea con il pensiero unico della sinistra politicamente corretta, puoi esprimerti liberamente, altrimenti l’art.21 è momentaneamente sospeso e ti minacciano di morte. Eppure ha detto solo una cosa tanto ovvia, logica e scontata da essere perfino banale. Ecco il suo messaggio: ”La famiglia è un padre ed una madre. E una madre non può essere uno con la barba eoi baffi.”. Semplice e chiaro.

 

Eurabia News

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di , 12 Gennaio 2016 21:00

Donne preparatevi. Quello che è successo a Colonia succederà presto in Italia.

Germanistan: l’islamizzazione nel cuore dell’Europa.

QUESTA NON È LA MIA VITA
Questo video, girato nel centro di Hannover nell’Ottobre scorso,
mostra un corteo (pacifico!) di centinaia di mussulmani con bandiere nere e donne velate camminare sotto il ritmo ossessivo della voce di un Imam. Ascoltate i commenti fuori campo delle due donne tedesche che riprendono la scena:
“Pensavo di essere l’unica a preoccuparmi di questo”.
“No, perché nessuno di noi vuole tutto ciò. Abbiamo paura”.
“Come sarà tra 100 anni?”.
“Questa non è la mia vita. Ora ne arriveranno un altro milione e mezzo”.
“Ormai quando cammino per strada vedo solo stranieri, ce ne sono cinquanta per ogni faccia europea”.
“Guarda le donne! Sono tutte velate”, “Questo è il nostro futuro”.

Il video racconta meglio di mille parole il lento sopraggiungere di Germanistan e la  paura che alberga nel cuore dei tedeschi. Ciò che è successo a Colonia pochi mesi dopo è solo la punta di un iceberg della islamizzazione a cui è soggetta la Germania (come molti altri paesi europei).

L’ALLARME DEGLI 007
Due mesi fa, il BND, il servizio d’intelligence tedesco, ha lanciato un grido di allarme: la Germania si sta islamizzando con gravissimi rischi per la sicurezza nazionale e per la tenuta dei valori della Costituzione.

In un documento riservato, ma reso pubblico in alcune sue parti da Die Welt, gli esperti tedeschi hanno spiegato che “l’elevato afflusso di persone provenienti dai paesi islamici, porterà ad instabilità nel Paese” e che con la politica di accoglienza indiscriminata, la Germania “sta importando estremismo islamico, antisemitismo arabo, conflitti nazionali ed etnici di altri popoli, come pure una diversa concezione della società e del diritto”. Il rapporto rivela anche che le autorità e i servizi d’intelligence non sono in grado “di affrontare questi problemi di sicurezza importati e le conseguenti reazioni da parte della popolazione tedesca”.
Quindi il livello di rischio è doppio: da una parte l’islamizzazione della Germania che metterà in crisi lo Stato di diritto e la democrazia, dall’altra la radicalizzazione della società tradizionale tedesca che tenderà a non accettare gli effetti devastanti di questa migrazione “imposta dall’élite politica”.
Il documento è una vero atto d’accusa alla politica irresposnabile della Merkel.

Non è la prima volta che l’intelligence di un paese europeo denuncia, inascoltata, il rischio dell’immigrazione aperta ed islamica per la tenuta della società e per l’insorgere del terrorismo; ne abbiamo parlato qui nel caso del Belgio.

TU CHIAMALA SE VUOI: INVASIONE
Secondo un documento riservato, ma pubblicato dal quotidiano Bild, i profughi giunti in Germania nel 2015 sono molti di più del milione previsto: arriverebbero a 1,5 milioni (quasi il 2% dell’intera popolazione tedesca) e, con la politica dei ricongiungimenti familiari, il numero potrebbe raggiungere in breve la cifra di 6-7 milioni.

SPACCIO, FURTI E STUPRI
Søren Kern, analista e studioso del Gatestone Institute, pubblica periodicamente attente ricerche sul fenomeno della migrazione in Europa. In diversi articoli ha elencato i dati relativi all’aumento della violenza e dell’illegalità a causa l’arrivo dei nuovi immigrati. Dresda, Stoccarda e Amburgo sono diventate centrali della criminalità legata ai furti e allo spaccio di droga da parte immigrati molti di questi reclutati, nell’ultimo anno, proprio tra i nuovi arrivati.

Molti rapporti della polizia documentano comportamenti violenti contro ogni forma di autorità che gli immigrati, ovviamente non riconoscono; un aumento delle aggressioni alle forze dell’ordine e, soprattutto, il sorgere di “no-go zones” in molte città tedesche: quartieri di immigrati dove è vietato entrare persino alla polizia.

Anche l’aumento dei reati sessuali in Germania, un dato registrato con imbarazzo dalla autorità tedesche, sarebbe strettamente legato all’aumento della presenza islamica nel Paese.
Kern parla, senza mezze misure, di una “epidemia di stupri” in Germania ad opera dei migranti. Non solo quelli contro donne tedesche ma sopratutto quelli all’interno dei campi profughi ai danni di ragazze islamiche, cristiane o yazide. Le violenze, denunciate da molte organizzazioni di volontariato e di diritti delle donne, sono spesso nascoste dalle autorità.

Nel giugno scorso, ha destato scalpore la lettera del preside di una scuola di Passau, nella Bassa Baviera, nelle cui vicinanza stava per essere allestito un campo profughi islamici; nella lettera il dirigente invitava i genitori tedeschi a non mandare le loro figlie a scuola con abiti succinti perché “camicette scollate, pantaloncini corti o minigonne potrebbero portare a malintesi”.

LA DIFFUSIONE DELLA SHARIA
L’islamizzazione della Germania è evidente anche dal processo di radicalizzazione delle comunità islamiche già presenti. Nel 2011, Joachim Wagner, giornalista d’inchiesta, ha pubblicato un libro dal titolo: “Giudici senza legge”, in cui spiega la diffusione dei tribunali della Sharia in Germania a cui si rivolgono gli immigrati islamici per risolvere questioni di diritto civile (e a volte persino penale) senza interessare i tribunali tedeschi. Il giornalista ha evidenziato decine di casi giustizia praticata nelle moschee, nei salotti di casa degli Imam trasformati in tribunali, senza alcuna garanzia per testimoni o soggetti coinvolti, fondata sull’applicazione del Corano; una giustizia che mina le fondamenta dello Stato di diritto e che genera un meccanismo di comunità parallele, impermeabili alla società tedesca, separate culturalmente. Il fenomeno (già ampiamente diffuso in Gran Bretagna) sta diventando capillare anche in Germania e pone un problema che le anime belle del multiculturalismo non avevano immaginato: è impossibile integrare chi rifiuta l’integrazione.

CONCLUSIONE 
Quello che avviene in Germania sta avvenendo in molti altri paesi, soprattutto del nord Europa. Non si comprende come i tecnocrati europei e i leader politici non si accorgano di cosa stanno generando con il dogma dell’accoglienza ad ogni costo: viene il sospetto che tutto questo sia voluto. Eurabia sta prendendo  forma ad una velocità persino superiore a quella immaginata da Oriana Fallaci.
Ma la difesa del nostro modo di vivere non è un accessorio residuale della storia: è la base della nostra libertà. La distruzione dell’identità dei popoli europei dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità. (Giampaolo Rossi – Il Giornale 12 gennaio 2016)

La truffa dei migranti

di , 30 Luglio 2015 12:51

La maggior parte delle storie sono inventate, costruite”. Uchenna - nome di fantasia della fonte che chiede di rimanere anonima – fa l’interprete per i profughi che si presentano a fare domanda d’asilo. Per questo può dire davvero, e senza filtri ideologici, chi sono veramente gli immigrati che arrivano sulle nostre coste. Essere mediatore culturale per la commissione territoriale, cioè quella che decide se e chi può ottenere lo status di rifugiati, permette infatti di toccare con mano le storie (vere o presunte) dei profughi. Quello che ne esce fuori è un’immagine ben diversa da quella del migrante bisognoso che viene disegnata dai media.

A giudicare i richiedenti asilo dovrebbero esserci quattro persone per ogni commissione: un rappresentate della prefettura, uno dell’Unhcr, un altro del Comune e l’ultimo per la questura. “Ora rimangono solo in 1 o 2 a seguire l’intervista – dice Uchenna – perché ci sono diversi problemi di carattere organizzativo“. Da inizio anno arrivano talmente tante richieste che se fossero tutti presenti ad ogni colloquio non si finirebbe mai. Il sistema è praticamente al collasso: “Adesso riusciamo a fare 8 interviste al giorno, ma il ministero dell’Interno ha mandato una circolare per obbligarci a farne più di 12“. Ci riuscite? “Non proprio, ma dobbiamo: infatti la commissione non va in vacanza. Abbiamo il lavoro programmato fino al 2017“.

Questo significa che in molti casi i tempi di attesa per ottenere il parere della commissione possono essere estremamente lunghi. Intanto l’Italia ospita a spese proprie numerosi immigrati che poi non otterranno mai lo status di rifugiato. E sono molti, moltissimi: “La maggioranza di quelli che dalla Nigeria stanno arrivando sulle coste italiane – afferma Uchenna – non fuggono certo da pericoli: sono in cerca di soldi e successo per poter tornare un giorno a casa e pavoneggiare la ricchezza raggiunta“. Per farlo, quindi, molte volte s’inventano storie di sofferenze e persecuzioni che non hanno mai subito: “Mi capita spesso di sentir raccontare la stessa identica storia da diversi immigrati“.

Come si fa a capire se quello che raccontano è vero?

“Si basa quasi tutto sull’ultima domanda, quando viene chiesto il motivo per cui non si vuole tornare nel proprio paese. Spesso le risposte sono fantasiose: qualcuno dice di aver paura che una volta rientrato a casa il padre sia intenzionato ad ucciderlo. Capisce anche lei che per valutare situazioni simili ci sono ben pochi elementi”.

Quali risposte danno solitamente gli immigrati a questa domanda?

“Da qualche tempo molti nigeriani affermano di essere soggetti ad un malocchio: raccontano di una setta che sarebbe presente in Nigeria e che perseguita chi non entra a far parte dell’associazione”

Abbastanza fantasiosa…

“Mi capita di ascoltarne tante altre. E tutte che si ripetono”.

Quali?

“Le donne, per esempio, raccontano di essere state trascinate in case chiuse in Libia e sfruttate come prostitute. Tra gli uomini, invece, è tipica la storia dei problemi di eredità. Sarebbero scappati perché, una volta diventati orfani, un loro parente malvagio e più ricco starebbe provando ad impossessarsi del loro patrimonio. La storia suona così: ‘Lo zio mi ha denunciato per cose che non ho mai fatto, ma vista la sua posizione sociale è più potente di me. E per questo ho paura’”.

Sente davvero così spesso questi racconti?

“Assolutamente sì. E c’è molto di falso: prima di iniziare con la storia dello ‘zio cattivo’ narrano di essere figli unici e di non aver nessun familiare a casa. Ma è rarissimo che ci siano famiglie con un solo figlio: in Nigeria minimo si hanno tre fratelli”.

E queste ‘scuse’ vengono di solito accettate o rigettate dalla commissione?

“Come interprete non vengo a sapere se un intervistato ottiene o meno l’asilo. Ma durante l’intervista riesco a capire se si sta mentendo o se si dice la verità: le donne, ad esempio, estremizzano le storie di violenza sessuale, ma non è difficile comprendere se l’hanno subita davvero oppure no. Questo nonostante i profughi siano ben accorti nel documentarsi su quello che raccontano”.

Ad esempio?

“Senza citare nomi, alcune ragazze raccontano di essere lesbiche e qualcuno alla commissione ha anche portato un foglio stampato da internet di un articolo riguardante un evento di omofobia in Nigeria. Senza contare, poi, che sovente non appena si siedono all’interrogazione chiedono di cambiare la data di nascita”.

Perché?

“Provano a farsi passare per minorenni, così da ottenere senza problemi il diritto d’asilo. Questo comportamento dovrebbe far scattare più di un campanello d’allarme: è probabile che dietro quella persona non ci sia nessun passato di violenze o sofferenze. Durante l’intervista basta guardare il volto dei migranti per capire se hanno subito soprusi: si legge negli occhi se quello che raccontano lo hanno subito sulla loro pelle o se l’hanno preparato a tavolino”.

Non è assurdo che l’Italia debba sostenere i costi dell’accoglienza per sentirsi raccontare queste bugie?

“Se io facessi parte della commissione non saprei come reagire. Spesso suggerisco ai richiedenti asilo di dire la verità, ma loro alla fine mi chiedono: ‘Sorella ho detto bene la storia?’. Quando sento queste cose capisco che quello che hanno raccontato è una sorta di favoletta imparata a memoria”.

Passiamo oltre. Come mai tutti quelli che arrivano sui barconi sono senza documenti?

“Chi approda in Italia dice di non averlo mai avuto o di averlo perso in Libia. In Nigeria falsificare documenti e cambiare più volte identità è una cosa normale. Fanno lo stesso durante il riconoscimento a Lampedusa”.

Come fa ad esserne certo?

“Prendo come esempio sempre la Nigeria: se hai un determinato nome o cognome si capisce se provieni dal Nord o dal Sud. Ci sono state persone che mi hanno detto di essere in fuga dalla lotta tra cristiani e mussulmani che c’è nel Nord del Paese. Poi però hanno un nome “meridionale”: mi fa pensare che ci sia di mezzo una menzogna. La maggior parte delle identità vengono inventate all’arrivo, questo rende praticamente impossibile verificare davvero la storia dell’immigrato”.

Quale tipologia di persone decide di intraprendere il “viaggio della speranza”?

“Partono i ragazzi che vogliono vedere l’Europa, giovani che hanno accumulato dei soldi e che hanno dei contatti per organizzare il viaggio. Tutto è studiato e ci sono persone qui in Italia che favoriscono questi flussi.

Non è vero che ad arrivare sono le persone indigenti, che ovviamente non hanno le risorse per affrontare un simile percorso. Salgono sui barconi quei giovani cui magari era stato rifiutato il visto ufficiale. Lo dice anche un mio collega: ‘Sveglia Uchenna, questi mentono tutti’”.

Perché vengono qui?

“I nigeriani sono persone appariscenti. Vengono in Europa con la speranza di arricchirsi e poi tornare a casa per costruirsi una bella casa, ostentando la propria ricchezza”.

Tra i migranti che arrivano in Italia ci sono anche persone pericolose?

“Piuttosto credo che lo diventino dopo. Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, questi ragazzi pensano di trovare immediatamente lavoro. Ma l’Italia non è l’Eldorado, così vanno a finire nelle mani degli spacciatori di droga che spesso sono loro connazionali. I nigeriani in Italia gestiscono droga e prostituzione”.

Come si risolvono questi problemi?

“Da immigrata regolare dico che l’Italia è troppo debole. Il fatto che ci sia la possibilità di fare ricorso contro la decisione della commissione è assurdo. Nel frattempo, infatti, queste persone vivono nella clandestinità a spese dell’Italia. Bisogna rendere più dura le legge sull’immigrazione: nel momento in cui la domanda d’asilo è stata rigettata, gli immigrati devono essere rimandati immediatamente nel loro Paese. Più l’Italia continua ad essere poco chiara sul tema, più queste persone ne approfitteranno per partire dall’Africa anche se sanno benissimo di non aver nessuna possibilità di ottenere accoglienza. Ma in Italia vige la legge del ‘poverino’”.

Cos’è?

“Nelle commissioni si sente dire ad ogni racconto strapplacrime: ‘Poverino’. Eppure questi spesso non fanno che raccontare bugie”.

(Giuseppe De Lorenzo – Il Giornale.it)

Elogio della disuguaglianza

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di , 19 Giugno 2015 17:46

Il merito nelle società diseguali.

Quello della diseguaglianza, soprattutto (ma non solo) negli Stati Uniti, è tra i temi più divisivi. Al recente Festival dell’Economia di Trento gli economisti-guru della sinistra – Paul Krugman, Thomas Piketty, Joseph Stiglitz – tuonavano contro la fine del «sogno americano»: della possibilità cioè, per chi si impegna, di risalire la scala sociale. Più in generale, prevedevano una degenerazione del capitalismo verso lidi di diseguaglianza mai visti nella storia recente. Chiariamo alcuni punti.

Primo: la diseguaglianza, oggi, è tornata ai livelli dei primi decenni del secolo scorso. La differenza è che ora, sia in Europa sia negli Stati Uniti, seppur in misura diversa, esiste uno Stato sociale che protegge i meno abbienti ben più di quanto lo si facesse nella prima metà del ‘900. Ci sono una sanità e una scuola pressoché gratuite, sussidi alla disoccupazione in molti Paesi assai generosi, pensioni spesso molto superiori ai contributi versati e via dicendo. I guru di cui sopra ci dicono che perfino negli Usa chi nasce povero resta povero: ma i dati raccolti dal mio collega Raj Chetty dimostrano che la mobilità sociale è alta in alcune città, come Seattle, ed è bassa in altre. Insomma: il «sogno americano» esiste in parte degli Stati Uniti, non dovunque. Gli europei sono ancora più pessimisti sulla mobilità sociale nei loro Paesi, anche se spesso è più alta che nella media Usa.

Secondo: la diseguaglianza crea incentivi. Vorremmo forse, in nome della totale uguaglianza, eliminare i premi monetari a uno scienziato che fa un’importante scoperta? O quelli a un imprenditore che innova (ricordate Steve Jobs e Bill Gates che ci hanno cambiato la vita), o a un lavoratore che si impegna più dei suoi colleghi? Quando lo facciamo riduciamo la crescita, preferendo – pur di eliminare le disparità – impoverire la media delle persone. Alcune società farmaceutiche hanno fatto profitti enormi. Preferiremmo forse averle tassate così tanto da aver ridotto ricerca e sviluppo, tornando a qualità e lunghezza della vita garantite dai medicinali degli Anni 50?

Terzo: l’ineguaglianza è accettabile se vi è mobilità sociale, ovvero se la scala sociale è percorribile verso l’alto (e il basso) in funzione delle proprie abilità e del proprio impegno. Dobbiamo offrire a tutti i bambini uguali opportunità di successo; dobbiamo combattere con vigore corruzione ed evasione fiscale, che rendono ricchi i più furbi e i più disonesti, non i più bravi. Meritocrazia e competizione nel mercato garantiscono giustizia e mobilità sociale.

Con una scuola che non premia il merito, di insegnanti e allievi, favoriamo i ricchi: i figli di famiglie benestanti, infatti, possono compensare a casa una scuola che insegna poco, quelli di famiglie povere no. Quando proteggiamo imprese inefficienti, imprenditori senza idee ma con contatti «giusti» nei ministeri, lavoratori pigri riduciamo la mobilità sociale: allora sì che la diseguaglianza che rimane è ingiusta.

È possibile costruire un sistema perfetto, in cui solo i più meritevoli si arricchiscono? Certo che no: ci sono, ad esempio, troppi Ad, talvolta inetti, inutilmente strapagati. La perfezione negli affari umani non esiste. Ma l’alternativa non è tassare a livelli elevatissimi tutte le classi medio-alte, che già pagano più dei meno abbienti data la progressività delle aliquote (e se non lo fanno, si agisca chiudendo le scappatoie fiscali). Redistribuire a pioggia rischia di essere una soluzione peggiore del male. Servono incentivi, uguali opportunità e premio al merito e all’impegno, non l’espropriazione della ricchezza indipendentemente dalla sua origine. E per la minoranza che non riesce, nonostante l’impegno, a partecipare alla competizione, si usi lo stato sociale, nato per questo, per proteggerla. (Alberto Alesina – Corriere.it)

 

 

Migranti e leggi che li proteggono

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di , 18 Giugno 2015 20:45

Le norme che favoriscono e agevolano la migrazione.

Allo scopo di evitare facili ironie o soverchie speranze sul «piano B» di Matteo Renzi per far fronte ai problemi sorti con l’immigrazione clandestina di massa è opportuno esaminare il recinto legislativo e di diritto internazionale nel quale ci siamo progressivamente e volontariamente ingabbiati, e con il quale ora tocca fare i conti.

Articolo 10 comma 3 della Costituzione. «Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge». Al pari della Convenzione di Ginevra che vedremo appresso, quell’articolo faceva necessariamente riferimento agli allora casi sporadici di richiesta d’asilo politico. Intellettuali, docenti universitari, scrittori, musicisti o anche sportivi, come è capitato, che riuscendo a sfuggire alla sorveglianza cui erano sottoposti dal regime del Paese d’origine riuscivano ad accedere a una ambasciata o, se occasionalmente all’estero, a una autorità di polizia alla quale chiedere, appunto, asilo. Nessuno poteva immaginare che i richiedenti asilo potessero trasformarsi in massa e la massa in flusso migratorio continuo (ma anche così l’obbligo costituzionale resta).

Convenzione di Ginevra. Accordo di diritto internazionale umanitario firmato nel 1951. Con il quale viene precisata la figura del richiedente asilo, denominato «rifugiato»: «Colui che, temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra». La Convenzione poté non comprendere fra gli aventi diritto alla tutela quanti fuggivano una guerra (comunemente chiamati sfollati) o che da una guerra avevano subito danni perché all’uopo era già operante una Agenzia dell’Onu: l’Unwra. Che si occupava a tempo pieno degli unici rifugiati «di guerra» presi in considerazione: i Palestinesi.

Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr). Agenzia delle Nazioni Unite che ha adottato alla lettera la definizione di rifugiato riportata nella Convenzione di Ginevra. Ciò che le consente di non intervenire – con i suoi cospicui mezzi e i suoi 27mila dipendenti – nella questione dei «migranti» che ci riguarda direttamente.

Convenzione di Dublino. Sottoscritta, inizialmente da dodici membri dell’Ue (fra i quali l’Italia), nel 1990. La Convenzione dispone che lo Stato membro competente a esaminare una domanda di asilo o il riconoscimento dello status di rifugiato è «lo Stato in cui il richiedente asilo ha fatto il proprio ingresso nell’Ue». Ciò che obbliga questo Stato a non impedire gli ingressi, ad accogliere chiunque bussi alla sua porta offrendogli assistenza per tutto il tempo necessario – mesi, ma anche anni, dipende dalla regione di provenienza – all’esame di ogni singolo caso. Detto Stato ha anche l’obbligo di registrare i richiedenti prendendo loro le impronte digitali. Pratica che come vedremo non verrà sempre seguita. Essendo l’Italia la porta di ingresso del flusso migrante preminente, quello dal Nord Africa, è lecito chiedersi dove avevano la testa Giulio Andreotti e Gianni De Michelis, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri del governo che firmò la Convenzione di Dublino.

Direttiva europea 2004/83/CE. Strumento con il quale l’Europa allargò i confini giuridici della Convenzione di Ginevra e di Dublino estendendo lo status di rifugiato anche a chi «non possiede le caratteristiche che determinano la discriminazione». È sufficiente che nel Paese di origine la si pratichi contro altri. E non fa differenza «che il richiedente provenga da un Paese in cui numerosi individui, o addirittura l’intera popolazione, debbano far fronte a un rischio di oppressione generalizzata». In più, sotto la voce «protezione sussidiaria» accomuna lo sfollato al rifugiato indicando a giusta causa di richiesta di protezione internazionale «la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale».

Articolo 14 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 25 (governo Prodi). È quello che accoglie nella legislazioni italiana la precedente direttiva europea sulla «protezione sussidiaria» e che ci obbliga ad accogliere – e a mantenere vita natural durante se scegliessero di restare nel Belpaese – gli sfollati. È il caso degli eritrei, dei somali, dei libici e dei siriani. Per ora.

Impronte digitali. Una volta prese (e obbligatoriamente inviate alla banca dati europea, l’Eurodac), il soggetto che provasse a uscire dall’Italia per raggiungere altra nazione europea verrebbe respinto alla frontiera. Perché, come da Convenzione di Dublino, in carico all’Italia fino al termine dell’istruttoria che determini se il soggetto medesimo ha lo status di rifugiato o è semplice immigrato clandestino e quindi destinato all’espulsione. Se le impronte vengono omesse, ove riuscisse a passare la frontiera guadagnerebbe il diritto d’essere preso in carico dallo Stato dove riesce a metter piede. Per favorire la spartizione (che in teoria dovrebbe essere regolate dalle quote), in sostanza per tentar di disfarcene, sottoponiamo a registrazione dattiloscopica meno della metà degli sbarcati. Lasciando in circolazione centinaia di migliaia di incontrollati: gli «invisibili», come vengono chiamati.

Trattato bilaterale di Chambery. In forza del quale la Francia ha respinto alla frontiera di Ventimiglia un gruppo di clandestini non registrati (ai quali non furono prese le impronte digitali). Lo firmarono nel 1997 Romano Prodi e Giorgio Napolitano da un lato, dall’altro Jacques Chirac e Lionel Jospin e dispone la «riammissione – in pratica il respingimento – nel territorio dell’altro Paese di persone rintracciate sul proprio territorio in posizione irregolare». Dei clandestini, insomma.

Per concludere, in buona o cattiva fede che sia in tutto questo tempo non abbiamo fatto altro che metterci volontariamente nei guai. Uscirne ora, con piani B o C, sarà una impresa senza speranza (a meno di non ricorrere ai « boot on the ground » o di impugnare tutti i trattati e le convenzioni, chiamare il ministero della Difesa a difendere le nostre coste e affidare la conta degli aventi diritto all’asilo all’Unhcr che è lì per questo e ha per giunta il casco blu. (Paolo Granzotto – Il Giornale)

Eugenetica e bioetica

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di , 13 Giugno 2015 13:17

L’ingegneria  genetica salverà il mondo.

Parlare di eugenetica, oggi, significa spesso evocare nell’interlocutore immagini di campi di concentramento nazisti, persone malate soppresse come animali, accoppiamenti mirati al perfezionamento della razza, e un nome, quello di Josef Mengele, che viene puntualmente associato allo stereotipo dello scienziato pazzo. Tentare di ragionare intorno al concetto di eugenetica, oggi, significa raccogliere una collezione di teste scosse e commenti sommari, che spesso nascondono una sostanziale ignoranza sull’argomento. Questo perché dagli anni Settanta a oggi il termine è stato svuotato di ogni significato scientifico per diventare uno spauracchio utile a disinnescare preventivamente il dibattito intorno a questioni — come l’aborto terapeutico, lo screening prenatale e la consulenza genetica — su cui sarebbe invece necessario confrontarsi al netto di pregiudizi e banalizzazioni.

Nel libro Eugenetica senza tabù (Einaudi), Francesco Cassata si impone di fare chiarezza sull’uso pubblico di un concetto che risale alla seconda metà dell’Ottocento e che non ha mai smesso di essere attuale. Per poter affrontare l’argomento al netto di ogni banalizzazione è utile sapere che misure eugenetiche positive (indirizzamento selettivo della riproduzione) e negative (sterilizzazione forzata) sono state applicate in diversi Paesi europei e nordamericani già dalla fine del XIX secolo e ben oltre il dopoguerra. Basti pensare che negli Stati Uniti, tra il 1899 e il 1979 sono state effettuate circa 65 mila sterilizzazioni di individui considerati deboli di mente, degenerati o sessualmente pervertiti; e che persino nella Svezia socialdemocratica, tra il 1934 e il 1975, erano previste misure di sterilizzazione che avevano l’obiettivo di ridurre il peso demografico di persone «di tipo B».

Laddove per i nazisti l’eugenetica consisteva in sistematiche azioni di «pulizia razziale» — dagli aborti forzati al vero e proprio assassinio di individui considerati «deboli nel fisico e nella mente», nel caso delle socialdemocrazie scandinave e dei governi americani — le pratiche ammesse per legge non si spingevano oltre la sterilizzazione e non avevano una direzione esplicitamente razzista.

Entrambi i casi però si inseriscono in un solco preesistente. Le controversie sull’eugenetica risalgono infatti già alla metà del XIX secolo, quando al centro del dibattito c’erano gli studi di Charles Darwin sulla selezione naturale e un corollario inevitabile: se le attuali capacità dell’uomo sono frutto di un lunghissimo processo di selezione naturale, come si evolverà l’essere umano ora che questo processo è stato compromesso da un articolato sistema di tutele (una su tutte, quella garantita dai sistemi sanitari)?

Una prima risposta a questo quesito arrivò da Francis Galton, cugino diretto di Darwin, che nel suo saggio del 1869, Hereditary Genius, auspicò l’emergere di una sorta di ingegneria sociale indirizzata allo sviluppo di una società più virtuosa attraverso l’incentivazione dell’accoppiamento tra individui sani, colti e beneducati, e l’ostacolo dei matrimoni tra consanguinei. Lo scenario proposto da Galton, oltre a risultare violentemente classista, portava con sé un gigantesco problema bioetico: anche posto che sia giusto favorire la permanenza di caratteristiche fisiche e psicologiche utili alla società, l’idea di privilegiare la riproduzione di alcuni individui e disincentivare quella di altri sarebbe tanto aberrante quanto l’ipotesi di sterilizzare persone ritenute «non adatte» perpetrata da alcuni governi nel corso del Novecento.

Da allora, il panorama scientifico è molto cambiato. Con gli sviluppi più recenti delle biotecnologie, si presenta l’inedita prospettiva di intervenire sul genoma per attivare e silenziare specifici geni, favorendo così la trasmissione di alcuni tratti a discapito di altri. Il bersaglio dell’eugenetica si è spostato così dall’individuo al gene, un cambio di prospettiva che apre nuove frontiere nel dibattito bioetico. Se prima l’interrogativo era: «È giusto sterilizzare un individuo problematico per evitare che i suoi geni continuino a essere ereditati?»; ora è il caso di domandarsi: «È giusto intervenire con strumenti biotecnologici su geni problematici, per evitare la loro diffusione nelle generazioni a venire?».

Un quesito simile suscita risposte meno emotive del primo, ed è sufficiente riarrangiare la domanda per suscitare un consenso ancora più deciso: «Se sapessi che nel tuo corredo genomico sono presenti geni che codificano per una malattia ereditaria incurabile, accetteresti di manipolare il Dna delle tue cellule sessuali per evitare che i tuoi figli ereditino quei geni?».

È su questo cambio di prospettiva — da individuo a singolo gene — che si formalizza la cesura tra quella che Cassata definisce eugenetica forte, ossia «il progetto di miglioramento dei caratteri genetici di una popolazione, attuato da uno Stato per mezzo di provvedimenti coercitivi », e un’eugenetica debole, intesa come «l’insieme di pratiche selettive della genetica medica contemporanea, basate sul rispetto dell’etica medica e dell’autonomia riproduttiva dell’individuo».

Certo, il rischio che le biotecnologie vengano utilizzate a scopi eugenetici esiste; il problema è che il termine «eugenetica» viene impropriamente utilizzato per criminalizzare nuove opportunità biomediche che hanno un puro scopo di prevenzione; una su tutte: la consulenza genetica, ovvero quel processo volto a informare il paziente sul rischio di sviluppare e trasmettere un disturbo ereditario.

Un esempio virtuoso è quello della campagna di prevenzione della fenilchetonuria (Pku), una malattia ereditaria dovuta a mutazioni recessive, che nel secondo dopoguerra fu oggetto di un importante dibattito. Informare i portatori sani dei rischi connessi a un’eventuale gravidanza significava non solo aprire la strada a un controllo prematrimoniale volontario, ma anche a un concreto intervento terapeutico. I sintomi tipici della Pku (da semplici rash cutanei fino a un progressivo ritardo mentale), infatti, non si presentano immediatamente nel neonato, e possono essere tenuti sotto controllo attraverso una dieta povera di fenilalanina (un amminoacido).

Le tecniche di indagine genetica in questo caso non venivano impiegate per ragioni selettive, ma preventive e terapeutiche; si passava insomma dall’eugenetica alla genetica medica, una distinzione che a mezzo secolo di distanza è ancora lontana dall’essere pubblicamente accolta. La possibilità che una coppia decida di sottoporsi a un test genetico predittivo per valutare il rischio di trasmettere malattie ereditarie ai figli può e deve essere oggetto di dibattito bioetico; ma perché questo dibattito si sviluppi correttamente è prima necessario liberarsi, se non del termine stesso «eugenetica » (ormai inadatto a descrivere misure non coercitive), almeno del corredo di paure e semplificazioni che l’hanno accompagnato negli ultimi quarant’anni. In questo senso, il libro di Francesco Cassata è un ottimo punto di partenza. (Fabio Deotto – Il Corriere.it)

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